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L’Ufficio di Presidenza al Senato: si comincia bene?

in profstanco / by Gian Luca Conti
29/03/2018

1 – Ieri è stato eletto l’Ufficio di Presidenza del Senato.

La notizia che ha destato preoccupazione è stata la mancata elezione di un questore del gruppo parlamentare che fa capo al PD.

E’ stato detto che rappresenta un grave vulnus per le minoranze parlamentari, che in questo modo non hanno alcuna rappresentanza nell’Ufficio di Presidenza, a livello di questori.

E’ una mezza verità perché è assolutamente vero che nell’Ufficio di Presidenza e particolarmente a livello di Vicepresidenza e di questori vi deve essere una rappresentanza delle minoranze e delle minoranze più qualificate.

I Vicepresidenti assicurano con la loro turnazione nel dirigere i lavori dell’aula una coralità e un pluralismo necessari a impedire presidenze troppo forti ed autoritarie.

I questori si occupano dell’amministrazione del Senato, che non è cosa spicciola perché il Senato non è solo un’aula e un insieme di altri organi, dalle commissioni permanenti alle giunte, ma è anche una formidabile macchina amministrativa che funziona perché viene correttamente amministrata.

Questa macchina è dotata di un’autonomia costituzionale che la sottrae ai controlli contabili della Corte dei conti e alle garanzie giurisdizionali esercitate dalla giustizia amministrativa: l’aggiudicazione di un contratto di appalto per le pulizie non può essere impugnata al Tar del Lazio. Eventuali ingiustizie devono essere fatte valere dinanzi all’Ufficio di Presidenza e altrettanto vale per le controversie che possono avere per oggetto lo status dei funzionari parlamentari.

L’assenza dell’opposizione dai questori rende la loro gestione opaca e la gestione opaca di un organo dotato di autonomia costituzionale non è un bel modo di cominciare.

Soprattutto se la si giustifica con il desiderio di tagliare privilegi.

Fin qui, la mezza verità.

2 – L’altra parte del discorso è che, in realtà, l’elezione dei questori al Senato ha seguito le stesse regole che sono state impostate in occasione della elezione dei Presidenti dei due rami del Parlamento e che si sono definite come la convenzione dell’escluso.

Difatti, non è vero che i questori appartengono alla maggioranza: apparterrebbero alla maggioranza solo se questa fosse formata dalla coalizione di centro destra nel suo complesso (Forza Italia, Lega e Fratelli di Italia) e dal Movimento 5 Stelle, ma questo non appare probabile, perché allo stato delle cose Forza Italia e Movimento 5 Stelle si escludono a vicenda.

Di conseguenza, almeno uno dei questori, forse addirittura due, sono destinati a far parte della minoranza: o il questore indicato dal Movimento 5 Stelle, in caso di governo affidato alla coalizione di centro destra comprensiva di Forza Italia, o i questori indicati da Forza Italia e forse da Fratelli di Italia nel caso di un’alleanza fra Movimento 5 Stelle e Lega.

La convenzione dell’escluso, anche in questo caso, sembra operare come uno dei tratti caratterizzanti della Terza Repubblica.

Negli scenari incerti del rinnovato centralismo parlamentare, di cui parlava Ainis ieri su Repubblica, dle cariche di garanzia vengono distribuite fra i possibili membri della coalizione di governo come se fossero carte nel gioco dell’òmo nero.

3 – Il Senato di ieri ha anche mostrato come funziona la prova dei voti in uno scenario conflittuale non mediato da accordi extraparlamentari (lo scenario tipico della Terza Repubblica) ovvero condizionato dal plusvalore determinato dal premio di maggioranza (lo scenario della Seconda Repubblica).

Queste sono state le maggioranze conseguite nella elezione dei Vicepresidenti, con la specificazione del loro rapporto rispetto alla consistenza teorica dei voti spettanti ai diversi gruppi in virtù delle coalizioni con cui hanno partecipato alle elezioni:

Elezione Vicepresidenti Oltre la coalizione elettorale
Calderoli (Lega) 164 27
La Russa (FdI) 119 -3
Taverna (M5S) 105 -4
Rossomando (Pd) 63 11

Qui, i Questori:

Elezione Questori
De Poli (FI) 165 28
Arrigoni (Lega) 130 8
Bottici (M5S) 115 6

La maggioranza al Senato conta 160 Senatori ed è stata raggiunta unicamente da un centro destra unito, con l’apporto dei voti del Movimento 5 Stelle, ovvero da uno scenario difficilmente replicabile a livello di coalizione di governo, perché occorrerebbe unire nello stesso bozzolo spazio temporale Grillo e Berlusconi.

Quando l’apporto del Movimento 5 Stelle manca alla coalizione di centro destra ovvero l’apporto della coalizione di centro destra manca al Movimento 5 Stelle, come è stato il caso delle elezioni che si commentano, la maggioranza scende al di sotto dei 130 voti conseguiti dal questore Arrigoni o dei 119 presi da La Russa come Vicepresidente.

E’ uno scenario che rende possibile ragionare sull’effetto delle modifiche regolamentari in materia di computo degli astenuti al Senato, di cui si è parlato.

Considerando un governo di minoranza sorretto dagli astenuti si avrebbe:

Maggioranza 160
Maggioranza astensione FI 123
Maggioranza astensione Lega 125
Maggioranza astensione PD 127

Ovvero dei numeri molto vicini a quelli che si sono visti plausibili nella elezione dei Vicepresidenti e dei questori.

Questo sul piano dell’aritmetica.

Sul piano dei valori, un governo sostenuto dall’astensione è una cosa molto più seria di una politica basata sulla teoria del doppio forno, che significa una cosa sola: chi ha impastato la pizza comunque la cuoce come la vuole, perché quello che gli interessa è la pizza non il forno in cui la cuoce.

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